Anello basso di Settignano (Itinerario 3 del Quartiere 2, Firenze)

Anello basso di Settignano (Itinerario 3 del Quartiere 2, Firenze)

Percorso panoramico e vario

Anello basso di Settignano (Itinerario 3 del Quartiere 2, Firenze)

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Da Ponte a Mensola si prende a sinistra per Via di Ponte a Mensola, prima costeggiata da casette basse e poi da campi; salendo lungo un asfalto sconnesso si arriva alla Chiesa di S. Martino a Mensola: risale al IX sec., ma rifatta in vari stili e con aggiunte fino alle forme attuali del XVI sec. Edificata per volere del Beato Andrea di Scozia, nel 1000 fu monastero; ora è dipendenza della Harvard University assieme a tutto il complesso di Villa I Tatti.

Si riparte in discesa su via S. Martino a Mensola, fra un alto muro a sx e i campi aperti a destra.

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Ci si riavvicina al Torrente Mensola e al Mulino di Tatti detto “Il Mugnaio”, di architettura popolare ma suggestiva, che inquadrato fra campagna e cascata forma un quadro piacevole. Da qui la passeggiata passa per Via di Vincigliata, verso Ponte a Mensola, ma svoltando alla prima via a sx: via di Corbignano. Strada con illustrissimo passato testimoniato da due lapidi al suo inizio, che ricordano i personaggi illustri (italiani e stranieri) che qua hanno soggiornato, vissuto e operato.

In Via di Corbignano la prima casa che si incontra sulla sinistra il Podere Mensola, complesso che ha mantenuto i caratteri della casa di campagna del XV sec., ben restaurata ma anche con baracche e tettoie che tutt’intorno stridono col paesaggio naturalmente ordinato. (N.B.: All’aia del Podere arriva il sentiero che risale i campi, partendo dal Molino di Tatti).

Al numero civico 10 (ingresso privato) vi è ciò che resta della casa del padre di Boccaccio. Qui il poeta trascorse infanzia e giovinezza, e ci possiamo anche immaginare quale effetto benefico abbia avuto su di lui il paesaggio circostante, in cui si ambientano Ninfale Fiesolano e Decamerone.

La via si fa più ripida e raggiunge Corbignano. Di antica origine romana, sorto su di un passaggio importante di uno dei vari rami della via Cassia. Ha oggi un aspetto molto bello per equilibrio di volumi e ambiente. Da qui i Betti, scalpellini famosi, nel XV secolo emigrarono in Francia (lapide al n° 21). Sulla magica piazzetta del borgo si affaccia il semplice Oratorio della Madonna del Carro, eretto nel XVI sec. per conservare l’immagine robbiana di una Madonna, che era ospitata in un grande tabernacolo.

Oggi nell’oratorio c’è una copia dell’opera che fu venduta alla fine dell’Ottocento. Corbignano è un ottimo punto per escursioni varie nella zona di Poggio al Vento, anche per la possibilità di lasciare l’auto nel nuovo attrezzato parcheggio costruito dall’amministrazione comunale.

La Via di Corbignano continua silenziosa, lastricata e ben tenuta. Superate le costruzioni il fondo diventa naturale, e intorno la campagna. Presso una curva la via sembra finire dentro un fondo privato, ma ad un esame più attento essa continua al di là di un cumulo di rifiuti, stretta e infrascata per salire in breve alla Casa Scuola di Villa Elena o Villa Pieragnoli. Questo tratto di Via di Corbignano è l’esempio più singolare del fenomeno di abbandono di strade pubbliche che si è verificato sulle colline fiorentine negli anni ’50.

L’avvento dell’automobile mise fuori uso quelle strade che per pendenza e larghezza non erano comode a percorrersi. L’abbandono delle campagne (che riguardò anche i bei colli fiesolani), le frane e l’incuria hanno poi fatto il resto. Oggi molte vie sono o stanno per essere recuperate al solo uso pedonale, e per le altre ci sono piani di ripristino più complessi.

Arrivati a Villa Pieragnoli si rimonta per poco Via Pieragnoli, passando su lastroni di arenaria affioranti. In cima alla lieve salita si svolta a sx in una carrareccia che si addentra nel bosco, e al primo trivio si va a dx raggiungendo un altro bivio (casetta e basamento in pietra). A sinistra, in pochi passi siamo al culmine (251 m) del boscoso Poggio al Vento. Continuando diritti, sul crinale, si arriva subito ai campi aperti (bel panorama su Cave di Maiano e Castelli di Vincigliata e di Poggio e su Settignano). In questo punto si infittiscono i segni Bianco/Rosso che ci accompagnano dall’inizio di Via di Corbignano e che marcano la rete di sentieri curata dal Club Alpino Italiano, che portano in alto al crinale Appenninico ed oltre.

Davanti al nobile casolare di Poggio al Vento si va a in discesa per ripida e sconnessa strada fino a ritrovare l’asfalto di Via Desiderio da Settignano. Il punto in cui ci troviamo ha, sulla destra e in salita, la Via del Fossataccio con la casa natale di Desiderio da Settignano, e di fronte la Via Desiderio da Settignano che porta diretta a Settignano, passando un’area verde (con panchine e tavoli) e il cimitero: tombe di Niccolò Tommaseo e di Aldo Palazzeschi.

Noi dobbiamo però prendere la Via Desiderio da Settignano a sx, in discesa, per arrivare alla Cappella dell’Oratorio de La Vannella.

Qui trenta cipressi simboleggiano ancor’oggi i trenta componenti la Compagnia che deve vegliare sull’Oratorio e custodire la Madonna, attribuita al Botticelli e immagine sacra per tutti gli scalpellini delle colline. Trae nome dalla rivelazione miracolosa di una certa Vanna (quindi “Vannella”; XVI sec.). Pochi metri e si incrocia a sinistra una stradetta, che si presenta come l’accesso al garage della villa adiacente ma che invece continua, sebbene in modo disagevole lungo la recinzione. Si tratta di Via di Feliceto, una strada pubblica che fa da scorciatoia fra i lati della valle, e che si è conservata nel tempo grazie all’uso quotidiano. E’ anche una via storica degli scalpellini che dal borgo di Settignano si recavano a lavorare alle cave di Maiano.

La via, ridotta a sentiero, scende verso il fondo del Fosso che si supera su di una passerella di lastre di arenaria, gettate su una più antica imposta. Al di là comincia uno spettacolare tratto in salita: molto più curato, pulito e largo (manutenuto per essere tutt’oggi l’unica via che i settignanesi hanno per gli orti presso il fosso. Alla cura si aggiunge lo spettacolo di un percorso ombroso e a tratti scavato nella viva roccia. Ben presto la via migliora, aggira il complesso monastico di Feliceto e, ben lastricata, sbuca all’incrocio con Via dei Ceci. Qui Via di Feliceto punta dritta fra belle case alla Piazza Desiderio da Settignano, punto molto panoramico e a due passi dalla Piazza Tommaseo, vero centro di Settignano (ATAF n° 10 per Firenze). Già colonia romana, questo borgo dal Rinascimento in poi fu abitato dai molti scalpellini che lavoravano la pietra serena. Le botteghe artigiane, ove lavorarono artisti come Benedetto da Maiano, Desiderio da Settignano e i due Rossellino, produssero un bel po’ di opere d’arte, e lo stesso Michelangelo vi trascorse parte della sua fanciullezza.

Dalla Piazza di Settignano si prende Via della Capponcina, gradevolissima strada che scende dolcemente verso Ponte a Mensola. Di fronte a via Buonarroti (n° 65), è appunto Villa Michelangelo, ove dimorò l’artista. Al n° 75 c’è La Porziuncola, al n° 32 è La Capponcina: ville abitate da Eleonora Duse la prima, da Gabriele D’Annunzio la seconda.

Dopo un tratto in discesa più decisa la via sembra finire in una trasversale, ma in realtà a sinistra continua puntando su Varlungo. Noi dobbiamo svoltare a destra entrando in Via della Madonna delle Grazie, curiosissima strada frutto della stratificazione del tempo: da carrareccia poderale a via urbana, con la prima metà asfaltata per l’accesso alle ville e l’altra parte dimenticata, anche in seguito al crollo della passerella che la univa a Ponte a Mensola, che il Comune provvederà a ricostruire.

Via Madonna delle Grazie comincia stretta fra muri, poi amplia aprendosi su un panorama di campi e pineta. Si passano ora la Villa Quercione e la Villa Strozzi, dallo storico passato e adesso riadattate e lottizzate in appartamenti e uffici di prestigio. Via della Madonna delle Grazie diventa ora decisamente una strada poderale, per serpeggiare attorno a una colonica fino alla quattrocentesca Fattoria di Querceto, costruzione privata in radicale restauro, le cui operazioni edili hanno portato alla chiusura di tutta la proprietà circostante e dell’uso di passaggio per raggiungere, senza fatica, la Via D’Annunzio. Noi dobbiamo ora girare a sx e in breve arriviamo al guado, di non semplicissimo passaggio, per poter chiudere l’itinerario in Via D’Annunzio.

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Scheda tabellare del sentiero

Lunghezza (m) 7000
Tempo di percorrenza 03:00
Accesso Altro
Valore del sentiero interesse prevalentemente storico
Livello di difficoltà privo di difficoltà tecniche
Adatto/non adatto ai bambini Parzialmente adatto a bambini ed anziani
Accessibile/non accessibile a persone disabili Parzialmente accessibile a disabili
Descrizione dei singoli punti di interesse storico, naturalistico, architettonico, paesaggistico / panoramico Tra i punti d’interesse:

 Villa il Quercione: il grandioso complesso inizia con le serre mentre la villa, sopraelevata rispetto alla strada, presenta un corpo di fabbrica molto articolato; sulla terrazza si innalzano chiome di piante aromatiche, glicini, cipressi e magnolie che rendono seminascosta la facciata. Costruita alla fine del 1400, la villa, più volte modificata ed ingrandita, ha perduto la sua struttura originaria ma non la formale eleganza che le deriva principalmente dall’ubicazione e dalla vasta «terrazza belvedere» che si affaccia sulla distesa e pittoresca campagna. L’ingresso, situato sul lato opposto, presenta un raffinato cancello in ferro battuto delimitato da solidi pilastri che si concludono in due obelischi ornati con gli stemmi dei marchesi Incontri, che possedettero la villa alla metà del 1600. Un particolare curioso: in questo tratto la strada ha il ciglio delimitato ed impreziosito da una bassa cordonatura eseguita a “punta di diamante”, un’opera di raffinata fattura che si conclude solo di fronte all’ingresso del grandioso parco dominato da alberi secolari. Qui si apre uno slargo ad emiciclo, oggi abbandonato, circondato da esili cipressi: un angolo delizioso che serviva da sosta per chi, anticamente, entrava e usciva dalla villa, percorrendo allora il bei viale di fronte fino a via della Torre.

Villa la Porziuncola: anticamente questa villa era una casa colonica della famiglia Buonarroti, per cui è addossata ad altra cese più modeste. Fu trasformata in una lussuosa residenza agli inizi del Novecento. La sua notorietà ed il suo fascino sono dovuti soprattutto al fatto di aver ospitato agli inizi del secolo Eleonora Duse, la grande attrice di prosa ispiratrice di D’Annunzio, il quale, richiamandosi a San Francesco, che alla Porziuncola di Assisi aveva accolto Santa Chiara, chiamò così questa villa. Essa presenta un aspetto piacevole, circondata da un giardino romantico da cui si innalzano belle piante di pini, cipressi e leggiadri cedri. L’ingresso principale è rappresentato da un semplice muro su cui si apre un piccolo portone ad arco, preceduto da alcuni gradini. Da un lato si gode la vista della campagna con campi coltivati a viti e ulivi, mentre al di là dei muretti sormontati da grandi masse di verde, si innalzano eleganti chiome di alberi che rendono bellissimo il paesaggio.

Villa Strozzi-Riccardi (Villa Il Querceto): la visione della villa II Querceto, circondata da bellissimi pini, è stupefacente: alte siepi di verde potate a muraglia delimitano il giardino realizzato in asse con lo scenografico viale di pini e cipressi, che diritto raggiungeva via della Torre; perché questo accesso, dal quale si inquadrava la grandiosa villa, è da tempo in disuso, interrotto da un cancello in ferro ormai arrugginito su cui si erge ancora lo stemma degli Strozzi. Nella striscia delle grandi siepi di bosso e di cipresso che delimita la villa, preservandola da sguardi esterni, si trovano collocate, come in urne verdi, antiche statue di marmo rivolte all’interno, a decorazione e godimento del magnifico giardino lasciato a prato e impreziosito da eleganti conche di limoni. L’ingresso è veramente altisonante, posto com’è su un’alta scalinata e delimitato da pilastri sormontati dallo stemma degli Strozzi, l’illustre famiglia fiorentina (dette al governo dell’antica Repubblica ben quattordici gonfalonieri di giustizia), che possiede la villa da oltre sei secoli. Dal cancello è possibile dare uno sguardo fugace all’interno del cortile, per ammirare la facciata che appare superba e maestosa nella sua architettura lineare; il corpo centrale dell’edificio si conclude con un timpano che ospita il grande e scenografico orologio; sotto di questo, su una lastra di marmo, si trova scolpita in latino, la frase: “fra mille e mille ore che veloci scorrono possa presentarsene una, una almeno, che sia a me propizia”. Ai lati dell’edificio si innalzano due torri che conferiscono alla villa un evidente senso di solidità. La via sterrata e fiancheggiata da giganteschi pini che infondono all’ambiente un carattere romantico, è lasciata però nell’incuria, coperta com’è di rovi e piante selvatiche. Si raggiunge quindi un basso fabbricato posto a fianco del giardino, con ambienti un tempo adibiti a cantine e scuderie, e uno slargo che, ritrovato tra i grandi alberi, segnala quello che era l’antico ingresso al parco. La fama di questa villa è legata anche all’episodio (1379) del ” Tumulto dei Ciompi” (umili operai della lana). Narra infatti Scipione Ammirato, nel 14° libro delle “Storie Fiorentine” che qui cercò rifugio Mariano degli Albizi, accusato con l’intera di famiglia di tirannide contro il popolo minuto. La cappella della Villa è stata restaurata e viene affittata come dimora per vacanze.

Villa la Capponcina: la Capponcina rimane nascosta all’interno perché coperta da un vasto edificio prospiciente la strada. Costruita ai primi del 1400, la Capponcina divenne nel 1600 proprietà dei Capponi e fu denominata così, perché allora appariva modesta a confronto della grandiosa villa di Gamberaia, posseduta dalla stessa famiglia. I ripetuti passaggi di proprietà ed i restauri mal eseguiti, le hanno tolto nel tempo l’originaria bellezza, riducendola ad una costruzione che nulla ha di eccezionale. Possiede però due magnifici giardini a terrazza: l’uno rivolto verso Firenze, da cui si ammira un panorama grandioso e l’altro che domina la vallata dell’Amo, posto a mezzogiorno. La Capponcina divenne famosa nel 1898, quando fu presa in affitto da Gabriele D’Annunzio, personaggio e poeta assai discusso, il quale stanco di Roma dove aveva suscitato ammirazione e scandalo per le sue opere poetiche e per le sue avventure galanti, desiderava vivere in una villa “signorile, lontana dai rumori della strada, collocata piuttosto in alto e nascosta il più possibile nel verde genuino della campagna”. In questa casa abitò dal 1898 al 1910, arredandola con mobili d’epoca, arazzi, tappeti orientali, statue e bronzi greci, libri rari, armi antiche, suppellettili preziose, insieme ad una miriade di oggetti falsi e di cattivo gusto, servito da quindici domestici, cuochi, palafrenieri, da una vera corte insomma, alla maniera di un signore del Rinascimento, “attorniato” inoltre da dieci cavalli purosangue, due fox e trentasette levrieri. In questa villa, che per il poeta pescarese rappresentò tempio e reggia, scrisse la maggior parte delle sue opere: L’Alcione, II Fuoco, La Figlia di Jorio, Francesco da Rimini ed altre, sorretto dall’amore della divina Eleonora Duse. Ma nel 1910, oppresso dai debiti e perseguitato dai creditori, lo splendido signore della Capponcina fu costretto a riparare in Francia, mentre il prezioso arredamento della villa andava disperso all’asta. Ma egli, quasi con noncuranza, diceva: “Tutta la mia fortuna la porto con me, nel mio cervello e nel mio cuore, che sono insequestrabili”.

Villa Michelangelo: In questa villa, circondata da un vasto giardino ricco di alberi di alto fusto il grande artista visse la sua fanciullezza allorché il padre, Ludovico Buonarroti, allora podestà di Caprese, lo affidò ad una balia di Settignano, moglie di uno scalpellino. A Lorenzo il Magnifico, che nei giardini di San Marco ammirava una testa di fauno opera del giovane artista, il quindicenne Michelangelo diceva: …sento in me di aver col latte, succhiato l’amore per la scultura in Settignano, ove sono stato allevato e ove la maggior parte degli abitanti sono scultor. Fu venduta al conte Telfy Zima nel 1878 che la restaurò completamente. Dell’architettura settecentesca conserva solo la torre, alcune parti interne e la loggia.

Mezzi di percorribilità a piedi e in mountain bike
Fondo del tracciato Artificiale
Ambiente prevalente nel quale si sviluppa il sentiero (bosco, macchia, terreno…) coltivo
Percorribilità del sentiero transitabile
Esposizione prevalente del sentiero nessuna
Morfologia prevalente del paesaggio su cui si sviluppa il sentiero misto
Qualità della segnalazione del sentiero sufficiente
Dislivello totale andata (m) 270
Dislivello totale ritorno (m) 0
Nome località di partenza Ponte a Mensola
Nome località di arrivo Ponte a Mensola
Quota di partenza (m) 74
Quota di arrivo (m) 0
Segnavia (elemento alfanumerico o di altro tipo che caratterizza il sentiero) no

Ultimo aggiornamento 17/03/14

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