Poggio Ripaghera – Santa Brigida – Valle dell’Inferno

Poggio Ripaghera – Santa Brigida – Valle dell’Inferno

L’area protetta di S.Brigida, istituita dal Comune di Pontassieve nel 1997, si estende per 817 ettari ed è posta immediatamente alle spalle dell’abitato di Santa Brigida, ai limiti settentrionali del Comune e a pochi chilometri da Firenze.

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Poggio Ripaghera - Santa Brigida - Valle dell'Inferno

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Sentieri

Caratteristiche dell’area

Comuni interessati Pontassieve
Descrizione delle caratteristiche naturalistiche-ambientali L’area protetta di S.Brigida si colloca nella parte sud-occidentale del complesso montuoso del Monte Giovi, gruppo di media montagna, che raggiunge un’altezza massima di 992 m s.l.m., forma una catena preappenninica con andamento est-ovest e costituisce la porzione centro-orientale dello spartiacque tra il Mugello a nord ed il Valdarno a sud.

In particolare, l’area comprende i versanti meridionali ed occidentali del Poggio Ripaghera (914 m), Poggio Abetina (857 m) e Monte Rotondo (773 m), includendo, ad oriente, la fresca ed ombrosa Valle dell’Inferno.

L’altitudine nell’area protetta varia tra i 400 ed i 900 m.

I boschi sono insediati alle quote più alte, mentre le coltivazioni dell’olivo e della vite caratterizzano le parti sottostanti. I pendii impervi e scoscesi sono solcati da numerosi torrenti tra cui il Rio Polcanto, affluente del Fiume Sieve.

Ai piedi di questo complesso montuoso sorge il centro abitato di Santa Brigida, da cui ha preso il nome l’area protetta. La sua istituzione è stata realizzata per tutelare l’unica stazione italiana di Cisto laurino o Fiore della Madonna.

Dal punto di vista naturalistico-ambientale, oltre alla preservazione del Cisto laurino, il pregio maggiore dell’area protetta è di racchiudere, in uno spazio relativamente ristretto, ambienti forestali tanto diversi fra loro, arricchiti da una fauna e una flora di grande interesse.

Descrizione delle caratteristiche storico- territoriali L’area fu frequentata già a partire dal Paleolitico. Sulla vetta del Monte Giovi sono venuti alla luce, in grande quantità e concentrati in uno spazio ristretto, reperti di carattere votivo (tra cui delle figurine in bronzo di offerenti), che testimoniano l’esistenza di un luogo di culto etrusco. La presenza etrusca, attestata dal VI-V sec. a.C., si articolava in forme di insediamento sparso, rispondenti ad un’economia essenzialmente di tipo agricolo. L’area era soggetta al controllo politico di Fiesole e costituiva uno dei punti di passaggio per i collegamenti tra questa città ed il Mugello, da dove poi si potevano raggiungere i centri etruschi della pianura padana.

L’espansione del dominio di Roma su queste terre si accompagnò ad un aumento della popolazione e della densità delle sedi. Testimonianze romane sono emerse anche nei dintorni dell’Area Protetta, con ritrovamenti di frammenti di laterizi talvolta associati a terrecotte.

Nelle prime fasi del Medioevo, con lo svilupparsi del sistema feudale basato su forme di economia di sussistenza, si privilegiavano comunque le sedi di media e alta collina, nei pressi sia delle aree più elevate, utilizzabili per il pascolo e per i prodotti del bosco, sia dei terreni messi a coltura (si deve ricordare che le zone basse erano poco praticabili per le inondazioni causate dai corsi d’acqua).

Sul territorio era predominante la presenza dei Conti Guidi, che vi possedevano diversi castelli, fra cui quelli di Galiga, Monte di Croce e Monterotondo: i ruderi di quest’ultimo sono compresi entro l’area protetta.

Dalla metà del XII sec. la crescita politica e militare del Comune di Firenze entrò in conflitto col potere signorile dei Conti Guidi. Distrutto il loro castello di Monte Croce nel 1154, i Guidi furono quindi costretti a cedere anche gli altri vicini (Galiga e Monterotondo) al Vescovo di Firenze, e tutta l’area finì sotto il diretto controllo del Comune fiorentino.

Nel corso del XIII sec. la popolazione iniziò ad abbandonare i borghi murati per spostarsi nei nuovi villaggi a struttura “aperta”, tra i quali annoveriamo, per questo angolo della Val di Sieci, S. Brigida e l’abitato che si sviluppò vicino alla pieve di Lobaco, testimoniato dall’attuale nucleo di Villa Masseto che ha mantenuto dei caratteri tardo-medievali. In parallelo si stava verificando una radicale trasformazione dell’assetto agrario, con l’evoluzione dal sistema feudale a quello che si imperniava sulla divisione in poderi e sul contratto di mezzadria.

Lo sviluppo dell’organizzazione mezzadrile proseguì per vari secoli, trasformando tutto il paesaggio agrario e forestale della nostra area. Tutti i terreni meno ripidi e con esposizione favorevole furono messi a coltura, privilegiando la produzione di cereali, essenziali per la sopravvivenza delle famiglie contadine.

Nelle aree più elevate e meno adatte alla coltivazione, come quelle coperte oggi dall’area protetta, sopravvisse a lungo l’uso comune di boschi e sterpaglie in proprietà indivisa tra le comunità locali: erano le “comunanze”. Qui le povere famiglie del posto potevano raccogliere legna e castagne, e praticare la pastorizia.

Questo sistema economico-politico perdurò fino alle riforme (1776-78) del Granduca Pietro Leopoldo d’Asburgo Lorena. Tra i primi effetti vi fu la vendita dei boschi e dei terreni comunitari, che furono acquistati all’asta dai grandi proprietari locali e da qualche nuovo imprenditore cittadino. Le alte colline dell’area, fino ad allora coperte quasi esclusivamente da boschi e pascoli, furono divise nelle nuove proprietà, e videro la costruzione delle “cascine”, destinate ad accogliere allevatori e boscaioli.

Le riforme del tardo Settecento, e quelle che seguirono, favorirono lo sviluppo di una nuova economia agraria, ma tolsero alle popolazioni rurali tutte quelle piccole risorse che venivano dagli usi civici e dalle consuetudini che gravavano anche sulle proprietà private di alta collina: raccogliere castagne, far pascolare capre, pecore e maiali, tagliare e raccogliere legna secca.

La vicinanza al mercato cittadino favorì qui lo sviluppo dell’allevamento bovino, con la produzione del burro e delle carni, che si affiancò alla pastorizia tradizionalmente legata agli ovini da latte e da carne. Il legname da taglio e il carbone di legna erano le altre risorse che ebbero grande sviluppo, affiancando la storica produzione di castagne.

La prima guerra mondiale, la crisi economica degli anni ’30 e la successiva guerra, tra lutti e sofferenze, causarono anche l’accelerazione dei processi di trasformazione. L’industrializzazione, la rivoluzione dei trasporti e della conservazione delle merci, tolse alla nostra area i vantaggi della vicinanza al mercato cittadino, che poteva rivolgersi anche a centinaia di chilometri di distanza per comprare burro, carni, castagne, carbone o legname.

Le aziende agrarie dell’alta collina subirono un duro colpo, la popolazione attiva venne assorbita dalle nuove attività industriali della città e solo le aziende passate alle colture specializzate tentarono di reggere il colpo.

 

Oggi, nell’economia globale, i pochi ettari dell’area protetta scompaiono rapidamente. I boschi di modesto valore forestale, i castagneti decimati dalle malattie, l’allevamento quasi scomparso, danno ben poche occasioni di produrre redditi da lavoro. L’unico valore che permane, anzi, si è accresciuto col tempo, è quello ambientale e paesaggistico.

L’abbandono della pastorizia, la riduzione della pressione sul legno da ardere (oggi affiancato da altri combustibili), lo spopolamento delle cascine, ha indotto una sostanziale “rinaturalizzazione” dell’area, nel contempo Santa Brigida e la sua alta collina sono diventate soprattutto oggetto di interesse immobiliare. 

Oggi grazie anche all’istituzione dell’ANPIL, i rischi di stravolgere paesaggio ed ambiente si concentrano al di sotto. I terreni dell’alta collina, così tutelati, possono svolgere nuove funzioni: ricreative, di oasi ambientale, di economia sostenibile.

Geologia Dal punto di vista geologico l’area protetta è caratterizzata da una estesa presenza di affioramenti di arenarie, rocce piuttosto resistenti all’erosione degli agenti meteorici.

La litologia determina forme generalmente scoscese con rilievi accentuati e versanti attraversati da borri e ruscelli, che hanno inciso profonde vallecole.

Sono molto interessanti le nette differenze morfologiche osservabili sul Poggio Ripaghera:

  • il versante occidentale, con una prevalente esposizione a nord-ovest, è costituito in parte da calcari marnosi che, sotto l’alterazione degli agenti meteorici, hanno determinato forme meno acclivi del rilievo
  • i versanti esposti a mezzogiorno sono costituiti invece da arenarie, più resistenti, che creano versanti accidentati ad elevata pendenza e la formazione di suoli prevalentemente acidi, favorendo cosi la presenza del castagno.

L’area è mappata nella Carta Geologica della Toscana 1:10.000, sezioni:

 

Flora e vegetazione L’emergenza floristica più importante dell’ANPIL è il cisto laurino o fiore della Madonna, un arbusto perenne con distribuzione molto discontinua in alcuni Paesi del Mediterraneo e dell’Asia minore. Il cisto laurino è una pianta eliofila, che cresce cioè in luoghi esposti al sole, su terreni acidi e sassosi, ad un’altitudine, nella zona di S. Brigida, fra i 450 e i 750 metri.

In gran parte delle pendici meridionali del Poggio Abetina e del Giogo sono presenti castagneti impostati su suoli silicei con roccia affiorante, nelle cui ampie radure interne sono presenti vasti arbusteti, con calluna o brugo, eriche e ginestra dei carbonai. Il cisto laurino si trova all’interno di questi arbusteti, ed è l’unica “stazione” (area di ridotte dimensioni) attualmente presente in Italia. La stazione è interamente compresa nell’ANPIL. Il biotopo di Santa Brigida fu scoperto dal botanico Sommier nel 1899: alcuni esemplari, introdotti artificialmente, furono ritrovati anche nel parco del Castello di Sammezzano (Reggello). Attualmente le altre stazioni italiane presenti in Piemonte, in Veneto e in Sicilia non sono state più confermate, per probabile estinzione, o sono state distrutte agli inizi del secolo scorso in seguito ad erborizzazioni. La stazione di cisto laurino costituisce pertanto una presenza di grande interesse scientifico, tanto da indurre la Regione Toscana a proporre in quest’area la costituzione di un Sito di Importanza Comunitaria. Questo biotopo è segnalato anche tra le “emergenze botaniche” (EB4) dal Piano Territoriale di Coordinamento della Provincia di Firenze; il cisto laurino e stato infine inserito nelle Liste Rosse regionali delle piante d’Italia come specie “gravemente minacciata”.

II nome locale di fiore della Madonna deriva inoltre dal suo utilizzo per la festa del Santuario della Madonna del Sasso che si tiene nel mese di maggio. Il nome del genere, cistus, deriva dal greco “cistê”, ossia “capsula”, per via del frutto, mentre il nome specifico, laurifolius, è dovuto alla somiglianza delle sue foglie con quelle del lauro (o alloro), più allungate rispetto ad altrevarietà di Cisto. Le foglie del cisto laurino, oltre ad essere piuttosto appuntite, sono lisce e di un bel colore verde nella parte superiore, mentre in quella inferiore sono biancastre: i fiori, che si possono ammirare nella seconda metà di maggio, durano soltanto un paio di giorni, sono bianchi e ricordano le rose selvatiche.

Negli ultimi anni si è assistito ad una progressiva rarefazione degli esemplari, su cui sono stati effettuati studi, ancora in corso, in collaborazione con la Facoltà di Agraria della Università di Firenze, allo scopo di capire le cause e prendere provvedimenti efficaci per tenere sotto controllo il fenomeno. Nel territorio dell’area protetta sono presenti praterie arbustate, arbusteti bassi (con prugnoli, ginestre, ononide spinosa), arbusteti alti, la tipologia più diffusa (con sanguinello, biancospino, rosa canina e prugnolo) e arbusteti alberati, dove alle specie precedenti si associano olmo campestre, acero campestre, roverella e/o cerro (nelle esposizioni meridionali più calde) o carpino bianco, faggio, cerro, nocciolo, sorbo degli uccellatori (alle quote più elevate, più fresche).

L’invasione di specie arbustive ed arboree è collegata alla riduzione delle attività umane e rappresenta gli stadi iniziali o intermedi di un processo di successione ecologica teso alla ricostituzione della originaria copertura forestale. Nelle aree abbandonate sono anche stati effettuati nel tempo numerosi rimboschimenti utilizzando varie specie di pino (nero, laricio, domestico, marittimo), abete bianco e abete americano. Altre conifere presenti all’interno deirimboschimenti o isolate, sono cedro dell’atlante, abete rosso e pino dell’Himalaya. In particolare, gli interventi di rimboschimento realizzati alla fine del secolo scorso hanno valore storico, come quello effettuato con abete americano o douglasia sul Poggio Ripaghera, o paesaggistico, come quelli in cui è stata utilizzata la quercia rossa americana. La densa vegetazione montana si differenzia in varie tipologie a seconda delle condizioni edafiche locali. In essa si distinguono: zone boscate a roverella negli ambienti aridi meridionali, dove fanno spicco alcuni esemplari secolari, spesso consociata a frassino minore; boschetti di carpino nero nei terreni rocciosi, lembi di cerreta nei suoli profondi e freschi. Al di sopra di questa, il bosco di faggio nel quale convivono: l’acero montano, il pioppo tremulo e il carpino bianco, alberi di alto valore naturalistico. Lungo le rive del Rio Polcanto come in altri torrentelli si trovano: l’ontano nero, il carpino bianco, il nocciolo e il sambuco. Al margine delle acque si sviluppano i giunchi, i carici e il farfaro. I modesti castagneti sono oggi condotti a ceduo, tanto che gli alberi da frutto, non più curati dall’uomo, sono rari. In tali condizioni nel bosco si introduce, in modo naturale, il cerro a formare boschi misti.

Nella valle del Rio Polcanto, a seguito delle particolari condizioni climatiche è da segnalare, a 700 m di quota, un bosco abissale di faggio e di carpino bianco al di sotto del bosco di roverella. Quali elementi peculiari meritano di essere segnalati anche la presenza del tiglio nostrale, specie rara in Toscana, ed alcuni grandi esemplari di cerro sughera in prossimità della Madonna del Sasso.

Nell’area protetta sono anche presenti numerose specie floristiche meritevoli di segnalazione, perché poco comuni in Toscana o perché presenti qui a quote più basse di quelle abituali. Tra queste troviamo ad esempio l’anemone appenninico, il bucaneve, la cefalantera maggiore e la rossa, il dente di cane, il fior di legna, il giglio di San Giovanni, numerose specie di orchidee, il pungitopo ed il sigillo di Salomone comune e maggiore.

Fauna Malgrado la vicinanza ai centri abitati e la presenza continua dell’uomo, l’area ospita una fauna bella e varia, alla quale si aggiungono molte specie di passaggio, che trovano in questi boschi un’oasi per sostare durante le loro migrazioni.

 

Tra i piccoli mammiferi che si nutrono di insetti, è presente il comune riccio, mentre la talpa comune si ritrova localizzata negli ambienti di prateria.

Ai piccoli mammiferi insettivori appartengono anche i toporagni e le crocidure, riconoscibili per il caratteristico muso allungato, utilizzato per scavare e cercare le piccole prede nel terreno.

Al gruppo dei roditori appartengono le arvicole, i topi selvatici e gli scoiattoli; eccetto questi ultimi, la loro presenza può essere evidenziata solo dalle piccole impronte oppure dalle ossa presenti nelle borre (piccoli agglomerati di ossa e peli rigettate dagli uccelli) dei rapaci notturni.

Probabilmente di grande interesse ma poco conosciuta la presenza di chirotteri (pipistrelli), che potrebbero utilizzare i boschi dell’ANPIL come luogo di rifugio e le zone aperte come luogo di alimentazione.

 

Per quanto riguarda gli anfibi, sono relativamente frequenti i corpi d’acqua naturali di cui gli anfibi hanno bisogno almeno per la riproduzione ed il periodo larvale: pozze, piccoli avvallamenti del terreno (anche solo stagionali), fossi e torrenti, abbeveratoi.

Nei boschi più umidi della porzione centro settentrionale dell’area sono presenti due rappresentanti delle cosiddette “rane rosse“: la rana agile e la rana appenninica. Sono presenti e comuni anche la rana di Lessona, il rospo comune e due specie di tritone. Nelle fenditure rocciose presso la Madonna del Sasso è stato ritrovato il geotritone italico.

 

rettili sono presenti per lo più negli ambienti cespugliati e prativi dell’ANPIL, ad eccezione della biscia dal collare, che predilige ambienti freschi e umidi, anche in vicinanza dell’acqua. Nelle zone prative sono presenti due piccoli rettili, la cui forma ricorda quella di serpentelli: l’orbettino e la luscengola, totalmente innocui. Altrettanto innocui sono altri due serpenti presenti: il colubro d’Esculapio o saettone, il più grosso ofide italiano, e il comune biacco. E’ inoltre presente la vipera per cui i frequentatori dell’are devono adottare un minimo di prudenza. 

Infine, nell’ANPIL sono diffuse anche in vicinanza delle abitazioni, le due specie di lucertole: la muraiola e la campestre.

 

Per quanto riguarda gli invertebrati, nell’alto corso del fosso del Caprile è presente il Gambero di fiume: lungo al massimo 10 cm, è una specie in diminuzione in Toscana, perché vive unicamente in acque limpide e ben ossigenate, ricche di massi, radici e anfratti ove potersi rifugiare. L’ottima qualità delle acque del fosso del Caprile è testimoniata anche dalla presenza di alcune specie di macroinvertebrati acquatici, come le larve di plecotteri e di tricotteri. Questi ultimi sono osservabili sulla superficie o sotto le pietre più grosse del corso d’acqua, facilmente riconoscibili per essere ricoperti da un caratteristico astuccio di sassolini o pezzetti di vegetazione che pare quasi “semovente”, poiché ricopre pressoché interamente il corpo della piccola larva.

Nei prati e nelle zone cespugliate è possibile inoltre osservare alcune delle più belle e conosciute farfalle italiane: macaonepodalirio, la vanessa del cardo e la vanessa dell’ortica.

 

Infine, poco sopra il Santuario della Madonna del Sasso sono presenti spaccature e fenditure nel terreno roccioso che ospitano alcuni insetti e anfibi tipici degli ambienti di grotta.

Curiosità e Leggende Leggenda vuole che i semi dei fiori della Madonna siano stati portati

alla Madonna del Sasso da Santa Brigida, allorché dalla Spagna si trasferì in questo luogo per fondarvi un monastero. La leggenda sulle origini del cisto sembra essere suffragata da fondamenti di verità, in quanto il cisto laurino era presente anche presso un santuario dei monti Berici prima di essere distrutto nel secolo passato.

Links Informazioni sull’area protetta

Pagine dedicate al Cisto Laurino

Itinerari in bicicletta

Guide, letture consigliate e cartografia Guide della zona

  • Santa Brigida, Poggio Ripaghera, Valle dell’Inferno, pag. 58 – 61 in Guida delle aree protette e biodiversità sul territorio della Provincia di Firenze, a cura di Bettini G, Gargani B., Diple Edizioni, 2006, 129 pp.
  • Santa Brigida, Poggio Ripaghera, Valle dell’Inferno. Guida all’Area Naturale Protetta di Interesse Locale, Chiti-Batelli A., Fusi L., Pubbl. Amministrazione Comunale di Pontassieve, 2001

Documentazione sulla flora dell’ANPIL ed in particolare sul cisto laurino di Santa Brigida

  • Il Cisto Laurino di Santa Brigida, Grossoni P., Venturi E, Pubbl. Amministrazione Comunale Pontassieve, 2009, 52 pp.
    La pubblicazione è in distribuzione presso il Centro Visite dell’ANPIL (Santuario della Madonna delle Grazie al Sasso) e presso l’Ufficio Relazioni col Pubblico del Comune di Pontassieve
  • Cisto Laurino di Santa Brigida, Lumini M.B., pag. 119-126 in Il germoplasma delle specie forestali della Toscana, Pubbl. ARSIA (Regione Toscana), collana “Il germoplasma toscano” n. 7, 2004, 243 pp. (fuori commercio)
  • Guida botanica di Pontassieve, Volume 1: La vegetazione spontanea, Sartini F., Mantovani M. (con la coll. di Mazzanti A.). Ed. Amministrazione Comunale di Pontassieve, 1993, 195 pp.
  • Il Cistus laurifolius ed il suo diritto di cittadinanza in Italia, Sommier S., Bull. Soc. Bot. Ital., 1899, pp. 61-64.

Documentazione sulle burraie dell’ANPIL

 

 

Cartografia

  • Cartoguida del Sentiero delle Burraie, con mappa dell’ANPIL in scala 1:10.000 e profili altimetrici di tutti i sentieri, Ed.SELCA.
    La mappa è in distribuzione presso il Centro Visite dell’ANPIL (Santuario della Madonna delle Grazie al Sasso) e presso l’Ufficio Relazioni col Pubblico del Comune di Pontassieve.
  • La sottosezione CAI di Pontassieve ha messo a disposizione del pubblico le tracce dei sentieri, gli waypoint, il file map per Oziexplorer e la carta georeferenziata.

 

Punti di accesso La ANPIL si può raggiungere, in auto o  in moto, direttamente da Firenze.

Il punto di accesso più diretto è il paese di Santa Brigida, dove si trova una serie di servizi ed un grande parcheggio. Indicazioni:

  • da Firenze Est (zona Via Aretina – Bellariva – Viale Europa), seguendo il percorso Girone, Compiobbi, bivio Sieci, Molino del Piano (variante), Castello del Trebbio.
    Si percorrono circa 17 km, in 30′. NB. La strada da Sieci a Firenze è generalmente molto trafficata
  • da Firenze Nord-Est (zona centrale, Rifredi, Viale dei Mille, le Cure), seguendo il percorso Ponte alla Badia, Pian del Mugnone, le Caldine, l’Olmo, bivio Croci dell’Alberaccio (in direzione Molino del Piano), bivio Lubaco in direzione Santa Brigida. Si percorrono circa 18 km, in 30′.
  • In alternativa, si può accedere all’ANPIL dal Passo delle Croci dell’Alberaccio, che si dirama verso Est a poche centinaia di metri dal Passo Croci dell’Olmo. Qui non esiste una vera e propria area di parcheggio e si accede all’ANPIL per il sentiero di crinale CAI 00 o per il sentiero CAI 8.
  • Per chi ha poco tempo e desidera soltanto visitare il Santuario del Sasso e gli immediati dintorni, è possibile accedere ad una piccola area di parcheggio ricavata 300 m prima del Santuario stesso. La strada carrabile, asfaltata, è piuttosto stretta e molto ripida (attenzione con pioggia, neve o ghiaccio). Il piccolo parcheggio è insufficiente nelle domeniche estive e nelle tante occasioni di festa.

Per accedere alla strada del Santuario:

  • provenendo dale Croci dell’Olmo, prendere la stada che sale e poi scende dalle Croci dell’Alberaccio, in direzione di Molino del Piano. Dopo meno di 1 km di ripida discesa, bisogna prendere sulla sinistra per Santuario del Sasso. Attenzione: si tratta di un quadrivio poco segnalato ed in corrispondenza di una curva, perciò procedete con estrema prudenza, anche al ritorno.
  • proveniendo da Sieci – Firenze, superato Molino del Piano si proseguirà sulla strada principale in direzione Passo delle Croci – Borgo San Lorenzo, lasciando sulla destra le deviazioni per Santa Brigida, compresa quella appena dopo la Pieve di Lubaco. Fatti altri 100 prenderemo sulla destra la stretta strada che porta al Santuario. Attenzione al ritorno: l’incrocio è dietro una curva e quindi molto pericoloso.
  • L’ANPIL è raggiungibile anche con i mezzi pubblici, cioò con l’autobus di linea, oppure con la combinazione treno+ autobus. Il servizio autobus è piuttosto complicato, organizzato con diversi vettori e collegato al periodo scolastico; è quindi necessario pianificare con molta attenzione il viaggio, leggendo tutte le informazioni riportate nel sito della ANPIL.

 

Sentieri presenti nell’area Nell’ANPIL sono presenti numerosi sentieri. Un anello, percorribile in 6 ore di marcia, consente di visitare tutte le burraie presenti nella ANPIL. Questo percorso è stato suddiviso in cinque anelli più piccoli per consentirne la percorrenza in tempi contenuti, e visitando nel contempo alcune delle burraie ed altre emergenze della ANPIL.

La visita della ANPIL può essere effettuata anche utilizzando altri sette percorsi ad anello di varia lunghezza che si pongono come obiettivo la visita delle principali emergenze floristiche e naturalistiche dell’ANPIL.

Il territorio della ANPIL è anche percorso da due sentieri CAI (00 ed 8).

Ulteriori percorsi consentono di effettuare escursioni nelle vallli circostanti, e per chi lo desidera è possibile recarsi alla ANPIL a piedi partendo da Firenze o Pontassieve.

Infine, il Sentiero della Guardia, accessibile a piedi ed in auto da Santa Brigida, è stato riadattato per facilitarne la percorrenza ai soggetti con difficoltà motorie e ipovedenti, seppur accompagnati. Va specificato che l’accesso non è indicato per le carrozzelle, a causa della presenza di tratti più lunghi di 10 m con pendenze di circa il 10% (che superano quindi i limiti di legge).

La lista dei sentieri e la loro descrizione è riportata in www.pontassievenatura.it/ps1/it/sentieri.html

Info e contatti Il Centro Visite si trova presso il Santuario del Sasso, è sempre aperto durante il giorno ed è dotato di servizi igienici.

In alta stagione, da maggio a ottobre, nei pomeriggi del sabato e della domenica (orario 15-18) il Centro Visite è presidiato da personale fornito dalle associazioni locali: CAI, GEO, Il Crinale, Il Popolo di Lubaco, Opera del Santuario.

Fuori da questo orario il Centro è aperto e si rende disponibile a chiamata il personale del Santuario, rivolgendosi alla Casa del Pellegrino, aperta accanto al Centro Visite stesso.

Nell’area protetta è presente un’area didattica sui mestieri del bosco nel castagneto vicino al santuario. A disposizione anche una zona di sosta con tavoli e panche.

 

All’interno dell’area protetta il regolamento e la relativa cartellonistica proibiscono il passaggio di moto da cross, il cui transito, in passato, ha provocato danni alla vegetazione.

Leggi le norme per il comportamento nella visita.

Possibilità di pernottamento presso la Casa del Pellegrino, rivolgendosi al santuario: tel. 055 8300 456, e-mail sassocfd@gmail.com SCARICA IL REGOLAMENTO DELL’AREA PROTETTA

Ultimo aggiornamento 17/03/14

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