Le Balze

Le Balze

L’area delle Balze si estende dal confine della provincia di Arezzo lungo la strada Provinciale Setteponti nel Valdarno Superiore, dove la peculiare geomorfologia delle Balze è visibile in modo spettacolare e continuo. Sono chiamate “balze” quelle conformazioni caratterizzate da accentuate pareti verticali, pinnacoli e piramidi di terra dovute all’alto grado di erosione.

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Le Balze

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Sentieri

Caratteristiche dell’area

Comuni interessati Reggello
Descrizione delle caratteristiche naturalistiche-ambientali Nella zona delle Balze si possono distinguere diverse tipologie ambientali, impostate su zone differenziate dal punto di vista geomorfologico:

  • le basse colline del Valdarno, zona caratterizzata da colline argillose poste a quote più basse nelle fasce che bordano le vallecole dei borri e torrenti
  • le Balze: la vera area monumentale, dove alto grado di erosione ha creato forme particolarmente accentuate con pareti verticali, pinnacoli e piramidi di terra
  • Piani Alti, zona costituita dalla fascia alta composta dai sedimenti fluvio-lacustri originatisi nell’ultima fase di riempimento del bacino dell’Arno, posta a margine del massiccio del Pratomagno
  • le alluvioni recenti, formate dalla aree di fondovalle, intercluse tra le precedenti aree in prossimità dei corsi d’acqua. Tale varietà geomorfologica naturalmente si riflette in un’alta diversificazione di Habitat presenti con varie formazioni vegetazionali e la presenza di diverse specie animali che qui trovano rifugio e alimentazione.

 

Descrizione delle caratteristiche storico- territoriali La piana del Valdarno superiore costituisce il fondo di un grande bacino intermontano, di origine quaternaria, posto tra Firenze ed Arezzo, solcato dall’Arno. Nella zona compresa tra la riva destra dell’Arno e le formazioni collinari che fanno da contrafforte al Pratomagno il paesaggio è dominato da rilievi di particolare suggestione e bellezza. Si tratta di una serie di creste, dette “Balze”, create dall’erosione da parte degli agenti atmosferici di rocce formate da una alternanza di strati di ghiaia, argilla e sabbia, originate da sedimenti depositati in ambiente lacustre.

L’area protetta delle Balze è stata istituita per preservare questo particolare e delicato paesaggio; ha un superficie di 1027 ettari e si trova nel Comune di Reggello, al confine con l’area protetta omonima in Provincia di Arezzo.

La via dei Setteponti che costeggia l’area protetta è una strada di probabile origine etrusca (fonte: www.vieromee.it). Nei secoli centrali del Medioevo conobbe una particolare fortuna non solo per i collegamenti tra Firenze e i centri emergenti del suo contado che si distribuivano per le pendici del Pratomagno, ma anche, in una certa misura, come itinerario per Roma per la possibilità che offriva di utilizzare, a partire da Arezzo, la via dell’Alpe di Serra, importante alternativa alla Via Francigena.

Non a caso, perciò, l’itinerario della via dei Setteponti viene ricordato in un documento della fine del X secolo, come via Sancti Petri, cioè come percorso usato dai pellegrini che si recavano a Roma.

La strada, che si sviluppava lungo la fascia pedemontana del Pratomagno, era punteggiata da un significativo allineamento di chiese plebane (è noto lo stretto rapporto tra pievi e viabilità): San Pietro a Pitiana, San Pietro a Cascia, Santa Maria a Scò, San Piero a Gropina, San Giustino Valdarno.

Si tratta di chiese che nel loro insieme rappresentano la principale testimonianza dell’architettura romanica religiosa nella regione valdarnese.

In un passato non molto lontano le Balze sono state utilizzate dall’uomo come rifugio. Ne danno testimonianza le numerose “buche” ancora oggi presenti alla base delle pareti di terra. Gli abitanti della zona scavarono all’interno delle Balze numerose caverne, utilizzate come riparo per gli uomini in caso di pioggia o come deposito per gli attrezzi agricoli e animali da cortile.

L’entrata era resa più stabile da puntelli e travi per evitare eventuali frane, ma all’interno era completamente assente ogni tipo di rinforzo e ci si affidava solo alla compattezza della sabbia limosa.

Anche durante la seconda Guerra Mondiale, le caverne scavate nelle Balze sono state utilizzate dalle popolazioni locali per sfuggire al passaggio dell’esercito tedesco.

Geologia Le Balze ci appaiono oggi come strutture prodotte dall’erosione dovuta all’Arno ed i suoi affluenti su dei depositi fluvio-lacustri risalenti al Pliocene-Pleistocene. Questi depositi sono costituiti da alternanze di strati di conglomerati e brecce, argille, sabbie e ghiaie, con spessori che possono arrivare ad un centinaio di metri. I depositi formano un altopiano che si interrompe bruscamente, con pareti verticali dette appunto Balze, alte decine di metri e caratterizzate da una colorazione che racchiude tutte le sfumature del giallo ocra, e talvolta presenta dei riflessi azzurri legati alla presenza di depositi argillosi di Turchino.

L’erosione provocata dagli agenti atmosferici ha prodotto sul margine delle Balze una spettacolare serie di forme, come torri e guglie, intercalate con forre e calanchi.

Per comprendere come si sono formate le Balze, bisogna ricordare che gli Appennini si sono formati a seguito della collisione tra la placca europea e la placca africana. Tra le due placche si frappone la piccola placca adriatica; l’orogenesi appenninica ebbe inizio nel Neogene (circa 20 milioni di anni fa) quando la placca africana iniziò ad incunearsi sotto la microplacca adriatica. Gli Appennini si sono formati lungo la linea di subduzione, con caratteristiche diverse nei due versanti della catena. Dal lato toscano-umbro nel periodo successivo all’innalzamento degli appennini settentrionali si verificò una distensione tettonica; la crosta, stirata, si assottigliò e frantumò lungo una serie di linee di faglia approssimativamente parallele, e i blocchi crostali in modo alterno sprofondarono o furono sollevati dalla spinta isostatica.

Questo stile tettonico ha portato alla formazione di catene montuose e bacini intramontani con direzione più o meno perpendicolare a quella di estensione. I principali bacini così creati sono il Valdarno, il Mugello, la Valdichiana, il Casentino, la Valtiberina. In questi bacini si costituirono dei laghi, di norma poco profondi.

Quando alla fine dell’epoca pliocenica (circa due milioni e mezzo di anni fa) il fondo dell’attuale Valdarno cominciò lentamente a sprofondare, le acque di scorrimento superficiale, non potendo defluire, vi si accumularono formando un lago che dapprima occupò solo la parte occidentale del bacino e successivamente il resto della valle. Durante la prima fase lacustre il clima era simile a quello che oggi ritroviamo nelle lussureggianti foreste tropicali, come testimoniato dai ritrovamenti fossili di piante e animali oggi conservati nel museo Paleontologico di Montevarchi.

E’ comunque nella seconda fase lacustre del bacino valdarnese, tra due milioni di anni fa e centomila anni fa, che si accumularono nell’antico lago o in prossimità di esso i materiali trascinati dai corsi d’acqua che scendevano dal Pratomagno: inizialmente argilla e poi sabbie e ciottoli che noi oggi possiamo osservare nelle pareti delle balze. In questa fase il clima divenne meno caldo e scomparirono le piante tropicali, mentre arrivarono dall’Europa orientale gli animali tipici della savana come gli elefanti, i rinoceronti, gli ippopotami, le tigri, le scimmie, le iene…

Il continuo trasporto di sedimenti prodotti dalla disgregazione delle rocce operata dagli agenti atmosferici dalle zone più elevate verso il lago ne determinò il progressivo riempimento trasformandolo dapprima in un ampio stagno con tratti che rimanevano periodicamente all’asciutto e poi colmandolo definitivamente. Si venne pertanto a creare un’ampia pianura estesa per tutto il bacino.

L’attuale superficie dell’altipiano valdarnese è ciò che ancora oggi rimane della vecchia superficie di colmamento. Estintosi il lago, si formò un reticolo idrografico, con un corso d’acqua principale che scorreva nel centro della pianura e parallelamente ad essa, e una serie di affluenti trasversali. Cominciò così una nuova fase della storia geologica del bacino valdarnese: la fase erosiva. A valle della soglia di Incisa i terreni sono a quote inferiori rispetto alla pianura del Valdarno.

L’Arno ed i suoi affluenti iniziarono l’opera di smantellamento dei terreni fluvio-lacustri accumulatisi in precedenza. I materiali che avevano riempito il lago e formato un ampio tavolato, vennero via via intagliati e scavati e si formarono valli e vallecole. Il corso dell’Arno si abbassò progressivamente fino a portarsi alla quota attuale, circa 150 m più in basso rispetto alla superficie di colmamento. L’attività erosiva continua, modellando i terreni e formando colline tondeggianti in corrispondenza delle argille, verso il centro del bacino, e pareti verticali (le Balze) dove si incontrano i terreni più resistenti all’erosione.

L’arretramento del fronte delle Balze è dovuto alle acque dei borri e alle acque di dilavamento lungo le pareti, che le scalzano alla base provocando il crollo, sotto il proprio peso, dello strato conglomeratico sovrastante non più sostenuto. Al progredire dell’erosione, le pareti vengono via via smembrate in forme isolate come torrioni, lame e piramidi di terra: sono le forme finali della demolizione prima della scomparsa. Questa terra, fragile come un castello di sabbia, a lungo andare cadrà sotto i colpi del tempo. Questo non succederà a breve: per centinaia di anni a venire le Balze saranno ancora tra noi a ricordarci la stupenda storia geologica del Valdarno superiore. 

L’area della ANPIL è mappata nella Carta Geologica della Toscana 1:10.000, sezioni:

Flora e vegetazione Le Balze si inseriscono in un paesaggio che si è trasformato nel tempo e continua tuttora a cambiare per mano dell’uomo oltre che per l’azione più lenta degli agenti naturali. Le coltivazioni si sono estese in tutto il Valdarno nel corso dei secoli ed in modo particolare in quello ultimo, fino al secondo dopoguerra. Sia l’altipiano che il fondovalle erano coltivati intensamente.

Ciò aveva ridotto tutta la vegetazione spontanea (boschi, macchie e radure) che adesso, in seguito all’abbandono generalizzato dell’attività agricola degli ultimi decenni, sta riprendendo il suo spazio, sebbene con elementi nuovi al suo interno, come le specie esotiche ed invasive (tra tutte Robinia pseudoacacia, Ailanthusaltissima). I boschi dell’area delle Balze sono costituiti da specie termofile ben ambientate alle condizioni climatiche del Valdarno, all’esposizione del rilievo e alla sua acclività che determina una minore disponibilità di acqua nel suolo. Per questo il leccio (Quercus ilex) è spesso la specie dominante, formante delle leccete in cui sono frequenti anche l’orniello (Fraxinus ornus) e la roverella (Quercus pubescens) e dove il sottobosco è povero, formato generalmente da specie sciafile quali, nello strato arbustivo, il pungitopo (Ruscus aculeatus), il viburno (Viburnum tinus), la fillirea (Phillyrealatifolia), il corbezzolo (Arbutus unedo), la rosa (Rosa sempervirens), il corniolo (Cornus mas), l’asparago (Asparagusacutifolius), la robbia (Rubia peregrina), il ginepro (Juniperus communis),

Questi boschi rappresentano uno stadio di transizione dalle leccete mediterranee ai boschi xeromorfi di latifoglie decidue. In alcune zone è presente un bosco termofilo di roverella in cui il leccio, l’acero, il siliquastro, l’orniello ed il cerro possono essere presenti, mentre il sottobosco è generalmente costituito da arbusti mediterranei sempreverdi, come Lonicera etrusca, Crataegus monogyna, Spartium junceum, Carpinus orientalis, Coronilla emerus e da specie lianose come Rosa sempervirens, Clematis flammula, Smilax aspera.

Nello strato erbaceo si trovano Brachypodium rupestre e Carex flacca. Nelle zone più ombrose e fresche il cerro (Quercus cerris) si presenta in abbondanza e forma cerrete mesofile, benchè con qualche elemento mediterraneo. La fisionomia è dominata da Quercus cerris accompagnato da Quercus pubescens, Quercus petraea con Fraxinus ornus, Acer monspessulanum, Acer campestre e, non di rado, Quercus ilex. Fra gli arbusti Phillyrea latifolia, Sorbusdomestica, Cornus mas, Pyrus pyraster. Nel sottobosco sono molto frequenti Ruscus aculeatus, Rosa sempervirens, Rosa arvensis, Rubia peregrina; comuni tra le erbacee Buglossoides purpuocoerulea, Luzula forsteri, Melica uniflora, Melittis melyssophyllum, Stachys officinalis, Tamus communis e Asparagus tenuifolius. Vi sono anche alcuni arbusteti, cespuglieti, radure e prati che si alternano alla vegetazione forestale, spesso a causadelle modificazioni operate dall’uomo nel corso del tempo.

Tra le specie degli arbusteti vi sono il prugnolo (Prunus spinosa), il ligustro (Ligustrum vulgare), Pyracantha coccinea, Juniperus communis, Cytisus sessilifolius, Prunus spinosa, Rosa sempervirens, Rosa gr. canina, Crataegus monogyna e Cornus sanguinea. Le formazioni erbacee sono caratterizzate dalla presenza di Bromus erectus accompagnato da specie tipiche deisubstrati argillosi. Si ritrovano anche pini e cipressi di origine antropica, in prevalenza su pascoli o boschi degradati e seminativi e coltivi generalmente nel fondovalle.

Molte di queste aree sono dedicate a oliveti, vigneti e anche seminativi (mais, girasole, frumento e orzo). Inoltre ai piedi delle balze (sui materiali detritici) sono stati ricavati dei pascoli per ovini. Lungo i corsi d’acqua o nelle aree attigue, interessate dalle piene oppure dall’acqua freatica di provenienza fluviale, vegetano specie dei boschi ripariali, che in molti casi formano corridoi forestali lungo i corsi d’acqua. Le specie che danno la fisionomia a questi boschi sono: il salice bianco (Salix alba), i pioppi (Populus nigra, P. alba) e l’ontano nero (Alnus glutinosa). Nella zona vengono coltivati alcuni legumi particolari.

Il cece Piccino, coltivato anche nel Chianti e nel Valdarno, è un cece di piccole dimensioni, ma di grande sapore. Viene coltivato in modo tradizionale e marginale per piccoli appezzamenti, e quindi per produzioni familiari e con reselimitate. Seminato in terreni sciolti verso la fine di Marzo. Il cece piccino non ha bisogno di particolari cure, ma è oneroso in termini di fatica e tempo nella fase di raccolta e di battitura, tutte rigorosamente manuali. Di buccia finissima, regge bene una prolungata cottura che avviene dopo una notte di ammollo. E’ la base di molte minestre e zuppe, la più nota delle quali è la minestra di “ceci e tagliolini”.

Il cece rosa di Reggello è un altra verietà di legume recentemente salvata dall’estinzione. Non solo il suo aspetto ma anche le sue qualità organolettiche sono molto particolari; è infatti un cece di forma rotondeggiante rinomato per il suo sapore delicato, molto dolce e tenero. Interessante è anche la sua composizione, molto ricca di caroteni (da cui il colore), lactine e fosfolipidi che aiutano la riduzione del colesterolo. Il fagiolo Zolfino del Pratomagno, detto anche fagiolo del cento (perchè seminato il centesimo giorno dell’anno), o fagiolo Burrino, è piccolo, rotondo, giallo ed ha la buccia molto sottile. Si coltiva tra l’Arno ed il Pratomagno a 250-300metri di quota fino a 600 metri di quota. ama i terreni poveri e non sopravvive in pianura, perché il suo apparato radicale – estremamente superficiale – non tollera il minimo ristagno d’acqua. Si semina generalmente in aprile, spessosulle terrazze sotto gli olivi, in modo che l’acqua scivoli via, tra le pietre dei muretti a secco.Tra gli altri prodotti tipici della zona, oltre al vino D.O.C.G., ricordiamo l’olio extra-vergine d’oliva di Reggello, noto per il suo bassissimo contenuto di acido.

Fauna La complessità del mosaico ambientale presente nel territorio delle Balze, oltre a costituire uno spettacolare scenario paesaggistico, offre una grande eterogeneità di habitat e numerose risorse di carattere ambientale per un elevato numero di specie animali, in particolare uccelli, mammiferi ed insetti. Negli ultimi anni, a seguito dell’abbandono di numerosi campi coltivati ed il conseguente aumento della vegetazione spontanea, il territorio è evoluto verso condizioni di seminaturalità, tornando ad ospitare specie e biocenosi animali di notevole interesse.

Le pareti verticali di “terra”, alcune delle quali davvero spettacolari, offrono un ottimo rifugio a numerose specie di uccelli.

Inoltre il territorio è attraversato da numerosi borri che ricevono acque dai pendii e dalle forre sovrastanti; risorgive e laghetti artificiali di raccolta delle acque piovane sono utilizzati come serbatoi per l’irrigazione dei campi. I bacini artificiali così formati, con il passare degli anni, si sono rinaturalizzati, costituendo dei piccoli stagni o laghetti, importanti serbatoi di riproduzione di anfibi, insetti, crostacei, molluschi e piante acquatiche. Questi, insieme ai torrenti, che in alcuni punti formano delle piccole anse, costituiscono dei preziosi ambienti umidi dove possono trovare cibo anche grossi uccelli acquatici.

Tra gli anfibi possiamo riscontrare alcune specie interessanti quali la rana verde (rana lessonae, R. kl. esculenta), la rana appenninica (italica), il rospo comune (bufo bufo), il tritone comune (triturus vulagris), il tritone crestato italiano (triturus carnifex), la salamandra pezzata (salamandra salamandra).

Tra i rettili che caratterizzano questo ambiente ricordiamo: l’orbettino (anguis fragilis), il ramarro (lacerta bilineata), la lucertola muraiola (podarcis muralis), la lucertola campestre (podarcis sicula), la luscengola (chalchides chalchides), il biacco (Hierophis viridiflavus), il saettone o colubro di esculapio (Zamenis longissimus), la vipera comune (vipera aspis).

Le specie di mammmiferi, abituali frequentatrici di questi habitat, sono: il riccio (Erinaceus europaeus) amante dei boschi di latifoglie, ma anche degli incolti, il toporagno comune (Sorex samniticus) localizzato nelle zone di maggior copertura arborea, la talpa (Talpa europaea) il cui cibo preferito sono i lombrichi, la lepre (Lepus europaea) continuamente alla ricerca di erbe e cereali negli incolti e negli appezzamenti agricoli. Negli spazi prativi che si aprono tra la vegetazione boscata possiamo ammirare talvolta l’incedere elegante del capriolo (capreolus capreolus) oppure i balzi frettolosi dello scoiattolo (sciurus vulgaris) che scappa da un albero all’altro.

Tra i roditori del bosco si mette in risalto il ghiro (glis glis) che si nutre quasi esclusivamente di vegetali, il moscardino (muscardinus avellanarius) messo in difficoltà dalla frammentazione del bosco operata dall’uomo e l’istrice (hystrix cristata) che ama invadere gli orti per nutrirsi di radici e tuberi.

carnivori sono ben rappresentati da mustelidi quali la donnola (Mustela nivalis), di natura assai elusiva, che preda piccoli mammiferi, ma anche animali domestici e uccelli, e la faina (Martes foina) frequentatrice dei boschi di latifoglie, ma anche degli ambienti antropizzati; questa specie ama cibarsi di frutti selvatici, invertebrati e piccoli mammiferi.

Altro carnivoro è il tasso (meles meles) molto plastico dal punto vista ecologico, spesso lascia segni inconfondibili rappresentati da vere e proprie latrine nelle quali ama depositare le feci; nel bosco scava un complesso intricato di gallerie sotterranee che costituiscono la sua abitazione.

La volpe (vulpes vulpes) è forse il carnivoro più adattabile tra quelli citati e riesce ad approvvigionarsi da una grande quantità di fonti alimentari: dagli immondezzai ai pulcini, dalle discariche alla frutta, dalle uova di Uccelli agli Invertebrati. Un onnivoro, molto rappresentato in quest’area per la sua ampia diffusione, è il cinghiale (sus scrofa).

Gli uccelli rappresentano un contingente assai numeroso di specie. Tra quelle più diffuse possiamo elencare: la poiana (buteo buteo) che ama vivere nelle fasce marginali tra aree aperte e boschi, la civetta (athene noctua), adattata a vivere nei parchi cittadini, si spinge sovente nelle aree agricole, l’allocco (strix aluco), il rondone (apus apus), che può abitare ancora i vecchi rondinai (antiche case con i fori per la nidificazione della specie), la ballerina bianca (motacilla alba), amante delle rive dei corsi d’acqua, lo scricciolo (troglodytes troglodytes), che si confonde spesso nelle macchie, lo storno (sturnus vulgaris) che forma i caratteristici dormitori su alberi di grandi dimensioni, il pigliamosche (muscicapa striata), la passera d’Italia (passer italiae), il fagiano (phasianus colchicus), l’usignolo (luscinia megarhynchos), il merlo (turdus merula). Tra le specie che si stabiliscono lungo i corsi d’acqua o vicino agli stagni: la garzetta (egretta garzetta), la nitticora (nycticorax nycticorax), l’airone cenerino (ardea cinerea), il martin pescatore (alcedo atthis). Nel bosco il colombaccio (columba palumbus), che predilige questi ambienti rocciosi, il torcicollo (jynx torquilla) e altre specie della famiglia dei picidi (picchi), il pettirosso (erithacus rubecula), il codibugnolo (aegithalos caudatus), le cince, il rampichino (certhia brachydactyla), la ghiandaia (garrulus glandarius).

Negli arbusteti possiamo ascoltare o osservare: l’occhiocotto (sylvia melanocephala), la sterpazzolina (sylvia cantillans), la capinera (sylvia atracapilla), il gruccione (merops apiaster). Quest’ultimo è un uccello migratore presente nel periodo estivo e nidificante, che ama cacciare coleotteri, libellule ed api e che necessita di un ambiente con alberi, pali della luce o fili del telefono da cui vegliare sulle estese superfici spaziose su cui caccia. Vistosamente variopinto, nidifica in cavità scavate nelle pareti verticali delle Balze ed è uno degli animali simbolo dell’area protetta.

In ambienti più antropizzati può capitare di osservare: la rondine (hirundo rustica), il balestruccio (delichon urbica), la passera scopaiola (prunella modularis), il codirosso spazzacamino (phoenicurus ochruros), il codirosso (phoenicurus phoenicurus), il rigogolo (oriolus oriolus), l’averla piccola (lanius collurio), la taccola (corvus monedula), il barbagianni (tyto alba).

Curiosità e Leggende Leonardo da Vinci conosceva bene la zona tra Firenze ed Arezzo, per averla studiata come osservatore militare del Duca Valentino nel 1502. Si pensa che Leonardo sia rimasto colpito dalle forme del terreno della zona, sia per la loro bellezza e spettacolarità, sia perché il terreno è stato modellato dagli agenti atmosferici e dall’acqua dei fiumi, confermando la sua teoria sulla trasformazione dei rilievi a causa dell’azione erosiva dell’acqua.

Questo paesaggio particolare, caratterizzato da rilievi aguzzi e frastagliati con fiumi che vi scorrono a fianco, caratterizza molte opere di Leonardo, come la Gioconda, il cartone di Sant’Anna e la Vergine delle Rocce e la della Madonna dei Fusi (dell’Aspo). Nello sfondo di quest’ultima alcuni identificano proprio il paesaggio delle Balze.

Links Informazioni sull’area protetta

Pagine delle Associazioni che operano nell’area

Itinerari in bicicletta

Prodotti tipici

Cece piccino

Fagiolo zolfino

Guide, letture consigliate e cartografia Guide sull’area protetta

  • Le Balze di Reggello: aspetti naturalistici e culturali, Oliva G., 2009, Comune di Reggello, Assessorato all’Ambiente, 160 pp.
  • Le aree naturali protette… tra natura e storia, a cura dell’ufficio Ambiente del Comune di Reggello, 2008
  • ANPIL Le Balze, pag. 67-70 in Guida delle aree protette e biodiversità sul territorio della Provincia di Firenze, a cura di Bettini G, Gargani B., Diple Edizioni, 2006, 129 pp.
  • Le Balze del Valdarno fiorentino ed aretino. Aspetti faunistici ed ecologici, Oliva G., Pischedda M., 2004. Tip. L’Immagine.
  • Le Balze nella geologia del Valdarno, Billi G., 1996, in Le Balze. Una storia lunga centomila anni nella valle dell’Arno, pp. 11-20. Ed. Tosca.
  • Le Balze: paesaggio, terreni, forme del Valdarno superiore, Piccioli G., Billi G, 1994. Pubbl. Comune Castelfranco di Sopra, 95 pp.

Documenti storici:

 

 

  • Cartoguida escursionistica del Comune di Reggello, a cura di Studio Biosfera, 2008. Ed. Comune di Reggello, Ufficio Ambiente, 210 pp. – Contiene tre carte escursionistiche a colori in scala 1:10000 delle tre aree protette presenti sul territorio comunale (la Riserva Naturale Statale di Vallombrosa e le due ANPIL Foresta di Sant’Antonio e Le Balze). Le carte riportano i sentieri descritti nella Guida ed anche tutti i sentieri CAI.
    Disponibile gratuitamente presso l’Ufficio Ambiente del Comune di Reggello e consultabile sul sito delle Aree Naturali Protette del Comune di Reggello e sul sito del Sistema Informativo Territoriale del Comune di Reggello
  • Carta dei sentieri 1:25.000. Massiccio del Pratomagno, Edizioni Multigraphic, Firenze.
  • Carta turistica 1:10.000. Foresta di Sant’Antonio, Comune di Reggello
Punti di accesso Per accere agli itinerari nell’area protetta in macchina, prendere l’Autostrada del Sole A1 e uscire ad Incisa in Val d’Arno. Dall’uscita, seguendo la segnaletica è possibile raggiungere le varie località da cui partono i sentieri.
Sentieri presenti nell’area Nella zona delle Balze sono presenti più sentieri. Il Comune di Reggello ha organizzato sei itinerari che li percorrono, segnalati con segnavia arancione e giallo e numero preceduto dalla lettera R (Reggello).

Generalmente gli itinerari sono percorribili sia a piedi che in mountain bike ed a cavallo.

 

Interessante è la valle della Marnia: subito dopo la frazione di S. Clemente si prende una strada bianca costeggiando sempre il torrente, fino a quando si comincia a salire lungo quella che era un’antica via di transito fino a ritornare alla Pieve a Pitiana. Altri itinerari simili sono lungo la strada della Tornia, che offre un panorama eccezionale di grande interesse in quanto attraversa un’area faunistica di particolare valore.

 

Un altro bel percorso è quello che porta da Prulli verso Rio Luco: si costeggia il piccolo corso d’acqua da un lato e si aprono bei panorami sulle balze dall’altro.

 

Il percorso che senz’altro richiama la maggior parte delle persone è quello che partendo dalla località di Ostina consente di giungere nella zona di maggiore suggestione delle balze, permettendo all’escursionista di trovarsi a diretto contatto con esse. Dopo essere partiti in direzione di Vaggio, si costeggia il fosso di Borrilati; dopo aver superato un piccolo passo si arriva nella valle di Rio di Luco. Da qui, attraverso un altro suggestivo passaggio si supera un valico fra le balze e si arriva in loc. Gretaio (d’obbligo la visita alla Buca di Gabriello, dove è possibile anche effettuare una sosta per il ristoro); l’itinerario può poi proseguire in salita per Case Merenzi; da qui si attraversano i Piani di Cascia da dove è possibile osservare la balze dall’alto; passando poi dalla Chiesa di S. Siro e dal crocevia delle quattro strade si riprende la strada per Ostina.

Per ammirare invece la zona delle Balze da un punto panoramico, è possibile trovare alcuni punti ideali percorrendo in macchina la strada che da Donnini va ad incontrarsi con la provinciale Setteponti a Reggello, passando da S.Donato in Fronzano e Pietrapiana, o anche da Cancelli.

Altri punti panoramici sono raggiungibili dalla strada regionale 69 deviando in loc. Ruota la Mandò in direzione Rota, oppure dalla strada comunale che unisce Ciliegi a Matassino deviando verso Montanino o verso Rona.

Info e contatti Il Comune di Reggello, in collaborazione con l’Associazione “I Cavalieri delle Balze” promuove da vari anni la Cavalcata delle Balze nell’ambito del programma escursionistico “Naturalmente Reggello”.

Per informazioni rivolgersi all’ufficio Ambiente del Comune allo 055 8669 265.

Sempre rivolgendosi al Comune di Reggello è possibile realizzare progetti di educazione ambientale con l’accompagnamento di una Guida ambientale.

Ultimo aggiornamento 17/03/14